1990/1991 - ALTRI INCERTI DEL MESTIERE

1990/1991 - Otros inciertos del oficio

1990/1991 - OTHER UNCERTAIN OF THE PROFESSION

 

Nel 1987, dopo nove anni di cantieri esteri, avevo deciso di chiudere definitivamente con quel mondo. Ma l’anno successivo l’opportunità di poter lavorare ancora tre/quattro anni, non più con una impresa di costruzioni, ma con una primaria società di ingegneria, dove avevo alcune conoscenze maturate anni prima di andare all’estero, mi ha lusingato.

Di conseguenza, nel giro di pochi giorni, mi sono ritrovato ad Adana, città molto bella della Turchia, con oltre un milione di abitanti, capitale della Çukurova, la romana Cilicia.

In questo paese avevo già lavorato negli anni 1984 e 1985 alla diga di Karakaya, da dove, a fine lavoro, ero rientrato in Italia con l’auto del mio amico N. O.

N. O., conosciuto in Venezuela, era venuto in cantiere con l’auto propria, ma non si sentiva più di fare un così lungo viaggio di ritorno con questo mezzo. A me la richiesta di riportargli l’auto in Italia veniva molto comoda, vista la quantità di cose che dovevo riportarmi indietro, incluso il cane che avevo portato dal Venezuela.

Quel viaggio ha avuto vari momenti difficili, tra cui la rottura del braccino della sospensione anteriore, ricostruito grazie alla straordinaria artigianalità di due meccanici turchi, che ci hanno soccorso prima e rinfocillati poi.

Ma questa è un’altra storia.

 

Recentemente, seguendo le notizie degli avvenimenti del Medio Oriente e della Turchia, mi è ritornato alla mente quel periodo lavorativo dal 1988 al 1991, molto positivo, sia sotto l’aspetto professionale e sia sotto quello umano, specie per i rapporti con il personale locale.

In particolare sono distintamente riemersi dal buio del passato una serie di eventi significativi degli anni 1990-1991, fatti che non avevo quasi più ricordato, ma che ora sono stati lo stimolo per scrivere un racconto per il nuovo eBook.

Questo obiettivo mi ha spinto a ricostruire mentalmente e con la miglior precisione possibile gli avvenimenti di quel periodo, anche grazie all’aiuto di tre o quattro documenti faticosamente recuperati tra la montagna delle mie scartoffie di una vita di lavoro.

Vediamo, quindi, come riuscirò a descrivere quegli eventi, pur tenendo conto del fatto che la forzatura al ricordo può portare a delle imprecisioni, che comunque non ne modificano la realtà.

 

Nel mese di giugno del 1990, portate a termine le principali e più complesse operazioni di chiusura della filiale di Adana, dopo l’ultimazione della progettazione esecutiva dell’autostrada Tarsus-Adana-Gaziantep, avevo concordato con i vertici dell’azienda di rientrare in Italia per essere destinato ad altro incarico.

Ad Adana sarebbero rimaste solo poche persone: il mio amico C. G. (divoratore di budini, tanto che un sabato sera ne aveva mangiati ben 11) per l’ultimazione dei claims e per il coordinamento, tre o quattro tecnici per dare il supporto finale all’impresa, due segretarie turche e due amministrativi, uno italiano e l’altro turco.

 

A metà giugno rientro quindi in Italia con l’intenzione di fare qualche giorno di vacanza insieme ai miei figli, prima di iniziare una nuova attività lavorativa in Italia.

Era trascorsa poco più di una settimana dal mio rientro, quando una sera C.G. mi telefona da Adana, tutto trafelato, chiedendomi se potevo tornare subito in Turchia, perchè uno dei miei collaboratori stava subendo un ricatto da parte di un ex dipendente locale. Di questo fatto ne aveva parlato poco prima con il direttore del progetto, M.R.  Compresa esattamente la situazione e conoscendo le persone, lo consiglio di far rientrare subito il collaboratore italiano, dopo di che mi sarei organizzato per partire al più presto.

Si era da poco conclusa la conversazione con C.G., che il telefono ha squillato nuovamente. Era l’ing. M.R., che mi invitava la mattina seguente nel suo ufficio, poichè sarei dovuto rientrare subito in Turchia per le ragioni già anticipatemi da C.G..

Detto, fatto! Il giorno seguente mi reco alla sede di Milano, incontro M.R., fissiamo le condizioni, ritiro il biglietto aereo, andiamo a pranzo insieme, ritorno a casa, preparo la valigia ed infine a letto, sfinito.

Giorno successivo: levata all’alba, aeroporto di Milano Linate, Istanbul, Adana, dove trovo ad attendermi C.G.

 

Mi porta in albergo, dove sono alloggiati tutti gli espatriati rimasti. Non è però l’albergo con il quale, prima di partire, avevo fatto la convenzione per il soggiorno temporaneo del personale, ma un hotel di lusso, sicuramente il migliore della città.

 

Durante la cena ho chiesto spiegazioni su tale cambio. Al che mi si è detto che questo hotel era decisamente migliore e che quindi avevano deciso per questa soluzione, non avendo ricevuto nessuna opposizione da parte di G.C.

Ricordo un giovane ingegnere, che non aveva mai visto un vero cantiere, che, per il fatto che la Società lo aveva distaccato temporaneamente all’estero, pensava che tutto gli fosse dovuto. Questi atteggiamenti mi hanno sempre fatto andare in bestia. Naturalmente nessuno aveva pensato ai costi eccessivi di questa inadeguata sistemazione, tanto avrebbe pagato l’azienda.

Dopo cena verifico i conti e trovandoli esagerati e con diversi abusi da parte del personale, penso sia il caso di prendere una decisione in merito. Domani vedremo il da farsi.

 

Al mattino seguente io e C.G. siamo andati a visitare un bel villaggio turistico (Rasit Ener, turistik tesisleri) a 5 Km. dal centro di Adana ed a circa 3 Km. dalla base NATO di Incirlik, dove operavano i militari statunitensi.

 

Questo bel villaggio, che avevo visitato qualche mese prima, disponeva, tra l’altro, anche di bungalow per una/due persone, oltre al ristorante, la piscina e tutti gli altri servizi logistici. Dopo il sopraluogo, passiamo alla trattativa ed alla convenzione che contempla un risparmio complessivo di oltre il 70% rispetto all’hotel.

Il personale era lì per lavorare e vivere in un buon albergo come quello fissato in precedenza e non per soggiornare nel lusso del Buyuk Hotel (Grand’Hotel)!

Rientrato all’albergo, comunico al direttore, con qualche piccola scusa, che tutto il nostro personale, loro ospite, avrebbe lasciato l’hotel.

 

Il giorno seguente il personale espatriato si trasferisce nel villaggio. Questa scelta, decisamente meno lussuosa ma altrettanto confortevole, non è stata certamente molto gradita.

 

A me ed a C.G. la soluzione, invece, piaceva molto: al di là del consistente risparmio economico rispetto all’hotel, puntava ad un adeguato trattamento del personale ed ad una corretta logica aziendale.

Risolto questo problema, mi sono così potuto dedicare ad altri compiti gestionali.

Come prima azione, però, contatto l’ex cameriere della guest house, dove in precedenza alloggiavano gli espatriati, quello che, in base alle informazioni avute, aveva ricattato o tentato di ricattare il nostro impiegato per il fatto che, secondo lui, avrebbe messo incinta una sua parente. La conclusione, tra molte scuse, è risultata essere tutta una montatura. Mi sono parecchio adirato con lui poiché era stato mio collaboratore ai servizi generali e lo avevamo anche aiutato nel momento del bisogno.

Ma tutto è bene quel che finisce bene, anche perchè l’italiano rimpatriato avrebbe trovato una sistemazione lavorativa migliore.

Nel giro di poco più di un mese tutti gli espatriati rientrano in Italia, salvo C.G. che protrae la sua permanenza per altri due mesi circa.

Alla fine mi ritrovo solo con due collaboratori turchi veramente molto validi: M.B., contabile e F.B., segretaria-interprete (essendo pure insegnante universitaria).

Lasciati i vecchi uffici presso il committente, prendo in affitto dal consulente fiscale A.P., che aveva operato con noi, anche se in modo non sempre del tutto soddisfacente, un piccolo ufficio sito al primo piano di un moderno stabile molto centrale. Affitto pure la sua Taunus per gli spostamenti. Quindi iniziamo a lavorare per la chiusura totale della filiale turca. 

Nel frattempo, esattamente il 2 di agosto del ’90, scoppia la guerra del Golfo, che seguo per TV, attraverso la mia radio intercontinentale ed in base alle quanto mai rumorose partenze ed arrivi dei caccia e dei bombardieri nella vicina base militare di Incirlik.

Nel villaggio, anche se unico italiano ed unico straniero, mi trovo molto bene. Esco al mattino verso le 7:30/8:00, per rientrare alla sera verso le 18:30/19:00, ma essendo estate, ho ancora del tempo da dedicare a me stesso: un bagno in piscina, prepararmi la cena; guardare la tv e altro ancora.

A tenermi ulteriore compagnia avevo pure cinque gatti, che prima erano randagi ed abbastanza selvatici, ma che col tempo avevano pensato bene di diventare stazionari, stabilendosi nei pressi del mio bungalow n° 7.

Ogni sera mi aspettano tutti e cinque, davanti alla porta d’ingresso, sotto la veranda. Appena apro la porta si precipitano dentro la casetta, occupando con molta, a volte troppa, vivacità tutti gli spazi disponibili: poltrone, divano, sedie e letto. Quando poi, dalla borsa estraggo la loro cena: quello che quasi giornalmente mi prepara il titolare di un piccolo ristorante, o meglio ancora un chilo  abbondante di sardine fresche comprate strada facendo (perché questo è il loro cibo preferito), come per incanto scende la calma e tutti si mettono di fronte alla porta. Quindi distribuisco il cibo in tre ciotole e poi le metto nel retro coperto della casa. A quel punto scatta l’arrembaggio dei mici.

Così passano serenamente i mesi tra casa e lavoro. Ma arriva l’inverno e la guerra del Golfo si fa sempre più aspra, tanto che si era diffusa la voce che l’Iraq avrebbe lanciato dei missili su Adana, o meglio sulle basi di Incirlik e di Diyarbakir, da dove partivano gli aerei per andare a bombardare quel paese.

 

L’incremento della guerra lo potevo constatare di persona, in quanto tutta la notte era un andare e venire di aerei da caccia e bombardieri che producevano spesso un rumore quasi assordante.

Nel frattempo, cosa mai avvenuta prima, si erano manifestate alcune, seppur modeste, forme di integralismo.

 

Una mattina era stato ucciso sulla porta di casa uno statunitense che lavorava nel magazzino alla base militare, ma che voci non ufficiali lo davano, invece, come membro dei servizi.

Da quel momento i militari ed i loro familiari non uscirono più dalla base. Sembrava che ad Adana non ci fossero più stranieri.

La tensione era così alta che la notte del 22 gennaio suonò  l’allarme.

Immediatamente venne lanciato un Patriot, missile terra-aria per la difesa tattica della base militare.

Avendo però appurato immediatamente che era stato un falso allarme e nessun missile iracheno era in arrivo, il Patriot venne fatto esplodere in aria con un botto assordante che creò in zona un panico generale ed i giornali del giorno seguente riportarono la notizia in prima pagina con dovizia di particolari.

Pochi giorni dopo mi raccontarono che da un caccia in atterraggio era caduta una bomba, o un razzo o simile ordigno, con la conseguenza di radere al suolo un intero agrumeto, ma per fortuna senza creare vittime.

Il clima era teso, tanto che con il titolare del villaggio si decise che in caso di emergenza avremmo potuto e dovuto rifugiarci nel pozzo, segnato nella piantina con il n° 13, scendendo per una sicura e comoda scala.

Un bel giorno inizia la storia principale che ora vi racconterò.

In ufficio avevamo quasi finito la carta a modulo continuo per stampare la prima stesura del bilancio ed essendo quasi l’ora del pranzo, decido di uscire dall’ufficio con F.B. per acquistare questo ed altro materiale di lavoro.

Scendiamo al piano terra, usciamo dal palazzo, passiamo davanti alle vetrate di un nuovo concessionario di auto tedesche, e  svoltiamo a destra per andare dal fornitore, che aveva il magazzino poco lontano. E’ un percorso che abbiamo fatto veramente tante volte.

Conclusi gli acquisti necessari, entriamo per uno spuntino veloce in un ristorante piccolo, ma molto accogliente, pulito e con cibi molto buoni. Decidiamo poi di rientrare.

Ritornando verso l’ufficio, prima di svoltare a sinistra, mi fermo in un chiosco per comprarmi le sigarette, mentre F.B. svolta l’angolo per ammirare le nuove auto esposte nel salone ubicato quasi sotto i nostri uffici. In un attimo la raggiungo, guardo pure io le autovetture dietro le vetrine, anche se la visione non è buona, avendo il sole alle spalle.

Appena arrivati in ufficio consegniamo il materiale a M.B. che, tra l’altro, si prendeva cura del nostro piccolo magazzino. A questo punto F.B., parecchio agitata, afferma che deve dire una cosa molto importante:

- “Mi sono accorta già in altre occasioni che una persona, non sempre la stessa, guardando verso le vetrine del concessionario di auto, segue invece con lo sguardo il passaggio di Giuliano.”

- “Sei sicura? - rispondo io - Non è una tua impressione? Io non mi sono mai accorto di nulla”.

- “Ti garantisco che è vero - replica F.B. - Ho prestato molta attenzione a questo fatto per sincerarmi che non fosse frutto della mia immaginazione, né di un mio condizionamento”.

- “Un giorno, poi - continua F.B. - ho visto la persona due volte: una sul lato opposto della strada di fronte agli uffici ed una da questa finestra, da dove si vedono le due insegne della Halk Sigorta, vicina alla cabina telefonica all’angolo dove stazionano il venditore ambulante di fiori ed il lustrascarpe”.

Rimango perplesso.

- “Bisogna esserne certi - sostiene M.B. - scendo, faccio un giro e verifico”.

Mette il cappotto ed esce dall’ufficio. Dopo 15 minuti circa rientra affermando che ha fatto il giro dell’isolato, ma che non ha visto nessuno davanti al concessionario. Ha notato però una persona, con un berretto verde scuro ed una sciarpa più o meno dello stesse colore, ferma vicino all’edicola dei giornali, che si trova nei pressi della scuola. Da quel punto si può vedere l‘entrata del nostro palazzo.

- “E’ lui quello che ho visto prima!” esclama F.B.

A questo punto non so che dire. Rimaniamo tutti in silenzio a pensare.

Decidemmo di fare ulteriori verifiche prima di recarci dalla polizia. Così avvenne e pure io, due o tre giorni dopo, constatai la veridicità del fatto all’ora della pausa pranzo.

A questo punto non rimaneva che rivolgersi alla polizia ed in particolare al comandante della “divisione stranieri”, una donna colonnello gentile ed abile, molto rispettata e considerata dai subalterni e che parlava anche molto bene l’inglese.

Contattata, ci dà appuntamento per la mattina del giorno seguente.

Tutti e tre puntuali, ci troviamo dal comandante. Dopo i saluti di cortesia e alcuni convenevoli, ci viene offerto, come era uso, l’acqua di colonia per pulirci le mani; dopo di che un poliziotto ci porta il chai, ci offre le sigarette, ma solo io accetto in quanto unico fumatore del gruppo.

Passiamo poi al tema per cui eravamo venuti lì. In un inglese più o meno corretto, aiutato da F.B., racconto i fatti, completati, all’occorrenza, dai miei due accompagnatori.

Per tutto il tempo della nostra esposizione la comandante rimase silenziosa, annuendo di tanto in tanto. Dopo di che prese la parola affermando che già avevano rilevato in zona una certa situazione inconsueta, che poteva avere due possibili obiettivi: un sequestro mio o di qualcuno della scuola nei pressi degli uffici, frequentata in genere da figli di genitori appartenenti alla classe medio-alta. Tuttavia mi era parso di intuire, ma la deduzione era del tutto personale, che l’obiettivo più probabile fosse la mia persona.

Detto questo, parla in turco al citofono e quasi subito, dopo aver bussato alla porta ed ottenuto il permesso, entrano due persone che ci vengono presentate come agenti.

Dopo di che il comandante ci congeda con particolare cortesia e noi tre con i due agenti ci rechiamo in un ufficio attiguo, dove vengono pianificate una serie di azioni protettive e preventive, sia per la mobilità sia per la permanenza nel villaggio, una serie di comportamenti a cui dovrò scrupolosamente attenermi.

Non nego che il fatto mi scosse non poco, ma nel giro di qualche giorno avevo quasi ripreso la normale routine quotidiana, anche se ora agivo sempre con particolare circospezione.

 

Un giorno, inaspettatamente, ricevo una telefonata da Milano da parte del Project Manager M.R. che mi comunica di aver avuto notizia della mia situazione e che quindi mi invita a rientrare subito in Italia. Al che, sentendo che io minimizzo il fatto, mi dice che aveva parlato già con il Direttore Generale, Ing. C. e che mi avrebbe mandato via fax l’ordine di immediato rimpatrio.

Io ho sempre pensato che tale decisione fosse essenzialmente subordinata al fatto di un possibile bombardamento.

Il 14/02/1991, che mi sembra fosse un giovedì, ricevetti il fax che mi era stato annunciato, che includeva tra l’altro la frase: “la Direzione ha disposto il suo immediato rimpatrio .....”.

Immediatamente preparo la risposta fissando per il 17/02 la partenza per Milano e il rientro ad Adana per la conclusione dei miei compiti per il 28/02/1991 (valutando, in base alle notizie sentite, che la guerra stava per finire: attenzione a questa data).

Il venerdì concludo alcune attività urgenti, passando poi le consegne a M.B..

Il sabato mattina vado a fare una passeggiata al mare, ma rientro poco dopo in quanto la spiaggia è battuta da un forte vento freddo. Al pomeriggio preparo la valigia ed affido la cura dei miei gatti ad un conoscente. Alla sera invito a cena nel ristorante del villaggio F.B. e M.B.

Verso le 24, immerso nel frastuono del via-vai dei caccia-bombardieri vado a letto, dopo aver necessariamente preso 8/10 gocce di Valium per poter dormire e dopo aver imprecato oscenamente contro gli yankee.

Al mattino seguente vado in aeroporto, dove constato che i controlli sono aumentati non poco. Poi la partenza verso Istanbul, Milano, Varallo.

Al pomeriggio inoltrato sono finalmente a casa. Fuori fa un freddo bestia e le montagne sono tutte ammantate di neve.

Per cena ho voluto mangiare, dopo la minestra, gorgonzola e salame crudo delle nostre montagne (salam d'la duja), il tutto accompagnato da un paio, credo, di bicchieri di Barbera d’Asti.

Il giorno successivo, ossia il 18/02, come concordato, vado in sede a Milano per riferire alla Direzione circa le problematiche in corso ed il programma a finire. Solo un minimo accenno alla questione personale. E’ un incontro molto positivo. M.R., congedandomi, mi da una affettuosa pacca sulla spalla.

Dopo faccio una veloce visita a pochi colleghi-amici che mi invitano a pranzo, ma gentilmente rifiuto in quanto voglio starmene per conto mio, anche perchè queste persone mi sembrano ormai degli estranei.

Così me ne vado via velocemente a piedi e decido, sul momento, di andare a visitare il Duomo. Prima però, essendo già quasi pomeriggio, mi mangio un panino.

Torno quindi a visitare ancora il Duomo, ma questa volta ho la sensazione di essere un turista straniero. Dentro mi sento emozionato e prego. Appena fuori, mi passa tutta la voglia di andarmene in giro per Milano. Allora prendo la metropolitana, vado a Lampugnano, dove ho lasciato l’auto nel parcheggio, e quindi riparto per ritornarmene a casa nella mia Valsesia, imbiancata dalla neve.

 

I giorni trascorrevano velocemente, quasi sempre in casa perchè fuori il freddo era ancora molto intenso ed anche perchè volevo concludere alcuni piccoli lavori lasciati forzatamente in sospeso da anni. Nel frattempo seguivo costantemente l’andamento della guerra del golfo attraverso le notizie dei telegiornali e dei giornali.

Il 28/02, come casualmente avevo previsto nel mio fax, viene dichiarato il cessate il fuoco: la guerra è finita! Sono contento per tante motivazioni: umane e non.

Il mattino successivo ricevo una chiamata dalla Turchia in cui mi confermano che tutto è già stato risolto da giorni e che mi spiegheranno meglio al mio rientro. Dopo chiamo M.R. informandolo che domenica rientrerò in Turchia. Mi dà il suo benestare insieme a tanti auguri.

Avendo il biglietto di ritorno aperto, vado nell’agenzia viaggi per la prenotazione e la conferma del volo di rientro.

Così è stato e nel pomeriggio di domenica ero di nuovo ad Adana, via Istanbul.

All’aeroporto mi attendono F.B. e M.B. con la affidabilissima Taunus. Saluti, baci ed abbracci, specie a F.B. che aveva due lacrimoni agli occhi. Consegno loro un regalino ricordo dell’Italia.

Andiamo prima al villaggio per depositare la valigia e la borsa, dopo di che ci rechiamo al ristorante cinese-turco per la cena.

Tra una portata e l’altra, dove non mancava mai l’aglio e la cipolla, mi raccontarono che alcuni giorni dopo la mia partenza erano stati informati dalla polizia che il problema principale era stato risolto e che quindi non sussistevano comunque più eventuali pericoli per la mia persona. Non avevano tuttavia ricevuto particolari più precisi.

 

Il primo marzo riprendiamo il lavoro per concludere il tutto entro aprile.

Alla fine mi prendo due o tre giorni di riposo e nel frattempo mi preparo per la partenza definitiva, come lavoratore però, dalla Turchia. Mi do anche da fare per cercare di far adottare i miei gatti.

Lasciai il paese veramente a malincuore e con un nodo alla gola. Devo confessare che ero veramente molto triste per molte ragioni.

 

In Italia vengo poi destinato come responsabile amministrativo e del personale presso un consorzio di società di ingegneria a Parma, in cui la mia azienda era leader. Qui sono rimasto per circa dodici anni.

 

Ad agosto del 1991, alla chiusura degli uffici per le ferie, ho deciso di ritornare in Turchia in auto insieme ai miei due figli. E’ stata veramente una grande ed indimenticabile avventura. Nei pressi di Belgrado abbiamo visto i primi morti della rivoluzione, etc. In Turchia abbiamo visto tutto il meglio che era possibile vedere.

 

Purtroppo tutte le cose hanno una fine ed il 24/08 alle ore 16, siamo partiti da Adana per rientrare in Italia dove siamo giunti il 27/08/1991 alle ore 04:30 del mattino, alternandoci alla guida dell’auto Ford Capri coupé S, dopo ben 3.112 Km.

 

Una fase della mia vita si era così conclusa.

 

 

 

Grazie di cuore Funda, per tutto. Sei stata una persona indimenticabile.

Grazie Mustafà, per la tua lealtà, per la tua professionalità e per il tuo indispensabile aiuto.

Grazie Mario, che da anni ormai ci hai lasciato per andare nel paradiso degli ingegneri. Sei stato una delle persone migliori con cui mi sono relazionato in ambito lavorativo.

Grazie Carmelo per la tua amicizia.

 

Grazie.

 

Sabato 9 Luglio 2016

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Commenti: 2
  • #2

    Angelo (lunedì, 08 agosto 2016 17:47)

    Come in altre occasioni mi complimento con te per questa tua storia-avventura che hai vissuto in Turchia.
    Ciao.

  • #1

    Filippo (martedì, 12 luglio 2016 22:49)

    Sono proprio incerti del mestieri, ma di quelli che lasciano il segno.
    Complimenti anche per il tuo sito.