CANTIERE TARBELA - PAKISTAN (1979)

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A fine maggio 1979, all’età di trentacinque anni, conclusi i cinque mesi di preavviso concordati con i vertici delle Cartiere Italiane Riunite presso lo stabilimento di Serravalle Sesia (oltre seicentocinquanta dipendenti). Vi avevo lavorato undici anni abbondanti, di cui gli ultimi sei come responsabile del personale e dell’organizzazione.

Mi ero dimesso per andare dove e fare che cosa, visto che molti mi ripetevano che avevo sbagliato a lasciare un posto di lavoro così?

La risposta era: per andare in Pakistan con I.G.L. per rimpiazzare il capo del personale, prossimo alla pensione.

Sarei partito congiuntamente con i miei familiari, procedura di norma non prevista, poiché prima partiva il lavoratore e poi, dopo qualche mese, in genere sei, se confermato in servizio, veniva raggiunto dalla famiglia, sempre e quando ci fosse stata la disponibilità dell'abitazione.

Perché avevo preso tale decisione, nonostante una più che soddisfacente posizione lavorativa e retributiva?

A quel tempo nel mondo del lavoro si parlava molto di internazionalizzazione del proprio curriculum ai fini di uno sviluppo della carriera; un amico geometra, poi, che lavorava con I.G.L., mi aveva parlato molto bene del lavoro e della vita nei cantieri esteri.

Vi era quindi l'opportunità di fare altre significative esperienze professionali, oltre a quella di vivere in un contesto più semplice, umano e meno stressante di quello italiano, soddisfacendo, nel contempo, un innato senso della ricerca del nuovo, arricchendomi inoltre, assieme ai miei familiari, di nuove conoscenze e nuove esperienze umane, culturali ed esistenziali.

Da non sottovalutare, infine, la possibilità di accumulare, in un tempo relativamente breve, un piccolo capitale così da creare un fondo di sicurezza per il futuro.

 

Dopo due giorni, era prevista la nostra partenza per il cantiere di Tarbela. Tutto era stato preparato e organizzato per tempo.

All’estero, fino a quel momento, mi ero recato solo in Francia e in Spagna, in auto e per le vacanze; in aereo, invece, avevo viaggiato qualche volta con destinazione Roma per motivi di lavoro; l’inglese lo avevo ripassato negli ultimi tempi; sul cantiere mi ero documentato attraverso le pubblicazioni fornitemi dall’impresa; infine, sugli usi e costumi del Paese avevo consultato enciclopedie, libri e riviste, oltre a raccogliere depliant presso alcune agenzie di viaggio.

Mi sentivo, anzi ci sentivamo, pronti per il grande salto.

 

Finalmente arrivò il grande giorno! Sabato 2 giugno 1979, festa nazionale: partenza!

In tredici su tre auto ci dirigemmo in carovana verso l’aeroporto di Milano - Malpensa: noi quattro, cioè io, Renata con i nostri figli Barbara di otto anni e Davide di sette, quattro genitori, due fratelli e tre amici.

Il momento di separarci fu quanto mai triste: noi con il magone, le mamme che piangevano, i papà che cercavano di nascondere l’emozione con qualche battuta più o meno spiritosa, i fratelli all'apparenza indifferenti, gli amici pure, e forse anche un poco invidiosi.

Entrammo nell’area d’imbarco, poi ci voltammo per un ultimo saluto: loro si sbracciavano, sventolavano fazzoletti, si asciugavano gli occhi. Rapidamente ci voltammo emozionati verso il controllo bagagli a mano e… via verso un nuovo destino.

Dopo un paio d’ore, ci imbarcammo su un aereo della PIA. Partiamo.

Il volo non fu dei più tranquilli a causa di forti perturbazioni. Comunque, alle prime luci dell’alba del giorno seguente, dopo uno scalo a Damasco, atterrammo all’aeroporto di Islamabad.

Controllo passaporti effettuato da personale molto gentile ed educato. Attesa, ritiro bagagli, uscita.

Appena la porta automatica che dà sull’esterno dell’aeroporto si aprì, fummo quasi risospinti indietro da un muro di aria torrida, nonostante l’ora mattutina, e da una marea di persone vocianti e vestite in modo che a noi pareva inusuale.

Non riuscivamo a capire che cosa ci potesse fare a quell’ora tutta quella gente davanti all’aeroporto.

In mezzo a quella moltitudine, si fece strada un uomo sventolando un cartello con la scritta “Impregilo”. Si avvicinò, ci salutò molto gentilmente ed in inglese ci spiegò che lui era l’autista incaricato di portarci in cantiere. Ordinò poi a due persone di prendere le nostre valigie. Lo seguimmo fino all’auto, una Fiat 125, parcheggiata al sole di fronte all’aeroporto. Salimmo a fatica sull’auto rovente e ci avviammo verso il cantiere di Tarbela, distante circa cento chilometri.

Fortunatamente l’aria condizionata rendeva la temperatura interna gradevole. La moglie ed i figli si erano addormentati ed anche a me il sonno stava per sopraffarmi, ma lottavo per stare sveglio onde immagazzinare tutto quello che potevo vedere strada facendo.

Osservavo e riflettevo immerso nei più svariati pensieri, ma dopo  molti chilometri percorsi vi erano domande a cui non riuscivo a dare risposta.

Soprattutto, mi era difficile capire come un Paese con una popolazione che in maggioranza viveva in condizioni di quasi povertà, avesse potuto sviluppare la bomba atomica e costruire una diga che, a quei tempi, era la più grande del mondo.

 

All’arrivo nell’enorme villaggio del cantiere, denominato Sobra City, venni accolto dall’addetto ai servizi logistici, sig. V., che nel dialogo di presentazione, scoprimmo di abitare in Italia a pochi chilometri l’uno dall’altro.

Questo aspetto, in seguito, avrebbe favorito il sorgere della nostra amicizia.

Dopo di che, V. ci invitò a visitare in auto il villaggio, che nelle fasi di costruzione della diga giunse a ospitare migliaia di espatriati di varie nazionalità con le loro famiglie.

 

Vi era di tutto e di più: due piscine, campi da tennis, da calcio, da golf, cinema, scuole, chiesa, ufficio postale, banca, ristorante, mense, club, supermercato, ospedale, negozi commerciali e artigianali vari; per non parlare delle numerose e graziose villette con giardino ben allineate lungo gli ampi viali alberati. Veramente una bella, accogliente ed efficiente cittadina che superava di gran lunga ogni nostra aspettativa formatasi sulla base delle fotografie viste in Italia.

A quell’epoca gli espatriati erano decisamente ridotti in quanto dopo la conclusione del contratto principale, all’impresa era stato assegnato un contratto aggiuntivo per l’esecuzione di lavori di completamento e di manutenzione.

BARBARA E DAVIDE NEL GIARDINO DI CASA
BARBARA E DAVIDE NEL GIARDINO DI CASA

Il giro si concluse davanti a una bella villetta, situata verso la collina e circondata da un ampio giardino con alti alberi di eucalipto.

Dopo essere scesi dall’auto, V. ci disse: “Questa è la vostra casa. E’ attrezzata di tutto e tutto è nuovo. Per qualsiasi necessità basta che mi telefoniate. Passerò a prendervi alle dodici e trenta per pranzare insieme in mensa anche in compagnia di mia moglie.

La casa era veramente bella ed accogliente e con tutte le dotazioni di ottima qualità. Era strutturata con cucina, soggiorno, tre camere da letto, bagno, ripostiglio, camera esterna con doccia per il personale di servizio e aria condizionata ovunque. Altrettanto bello era il giardino.

In mensa venni presentato a decine di persone. Incontrai pure A., colui che avrei dovuto sostituire, il quale, dopo una cordiale presentazione, mi disse: “- Domani, lunedì, non venga al lavoro; riposatevi, organizzatevi la casa e fate i necessari acquisti al supermercato. Nel  pomeriggio le farò avere l’auto in sua dotazione, una Fiat 125. Martedì mattina passerò da casa sua per farle strada fino al cantiere. -”

Lo ringraziai, ci congedammo e finalmente ebbe inizio il pranzo.

 

 

Il lavoro cominciò bene e ancora meglio proseguì.

Nel primo mese mi occupai degli espatriati di varie nazionalità.

In seguito, passai a seguire il personale locale, circa tremila persone in organico.

In questa fase ho avuto una imprevista e notevole collaborazione dagli addetti dell’ufficio preposto: tutti, parlando lentamente in inglese, si davano un gran da fare per spiegarmi tutto quanto si riferiva alla amministrazione ed alla gestione del personale pakistano.

Questa attività mi piaceva e mi interessava di più di quella di occuparmi del solo personale espatriato.

Più avanti, iniziai, ovviamente, ad operare in modo soddisfacente con entrambi gli uffici.

Ero contento del lavoro e dei positivi rapporti con gli addetti agli uffici del personale.

Soddisfatti lo eravamo anche della vita a Sobra City.

Avevamo una bella casa con un bel giardino recintato con tanti alberi e fiori variopinti e profumati, dove Barbara e Davide potevano giocare in piena libertà.

Dietro casa, avevamo realizzato un piccolo pollaio con qualche gallina e dei conigli. Vi era pure un grosso tacchino bianco che, vagando libero per il giardino, oltre a divorare una gran quantità di insetti, era sempre vigile e attento circa l’eventuale presenza di serpenti. Ogni tanto ci faceva visita una simpatica mangusta alla ricerca di cibo.

Avevamo realizzato anche un piccolo orto, dove coltivavamo insalata e altri diversi tipi di verdura.

 

Renata, oltre a qualche piatto locale che aveva appreso a preparare, cucinava come se fossimo rimasti in Italia, in quanto al supermercato si poteva comprare tutto ciò di cui si aveva necessità.

Avevamo preso l’abitudine di pranzare diverse volte alla settimana al club sulla collina, seduti ad un tavolo con ombrellone situato al bordo della piscina, oppure sotto al pergolato.

Faceva sempre molto caldo.

Renata preparava il cibo ed aiutata dai figli lo portava al club.

Io li raggiungevo nell’intervallo di lavoro. Facevamo il bagno e poi si pranzava tutti insieme. Dopo di che io rientravo in ufficio.

Al venerdì, giorno di festa, invece andavamo mangiare ottimi piatti in mensa.

Quando eravamo liberi si andava sovente alla scoperta di quello che il Pakistan ci poteva offrire: civiltà, storia, cultura, usi e costumi. Se la destinazione era relativamente vicina andavamo senza l’autista, in caso contrario lui ci accompagnava, facendo anche da ottima guida, dandoci, nel contempo, anche un senso di maggior sicurezza.

Oltre che con la famiglia V., avevamo instaurato una buona e reciproca amicizia con i F.; amicizia che purtroppo terminò quando essi furono trasferiti in un altro cantiere. Avevamo fatto anche altre amicizie, ma più superficiali.

 

Molto meno contento, invece, lo ero della vita di cantiere.

Non della vita che noi conducevamo, che era, come ho detto, molto positiva, era, invece, il fattore umano (mi riferisco al personale espatriato) il punto controverso della questione.

La vita sociale nel villaggio, al di la delle apparenze, formalità e convenzioni, la trovavamo abbastanza sterile.

Molto diffusa era la tendenza alla formazione di clan, gruppi chiusi dalle più disparate origini: luogo di provenienza, precedente cantiere, livello sociale, parentela, amicizia, settore di lavoro, nazionalità, etc..

Vi era quindi qualche difficoltà a comunicare e a instaurare buoni e disinteressati rapporti interpersonali e fra i gruppi precostituiti.

Oltre a questo era trasparente l'individualismo ed una certa indifferenza verso gli altri, fatta eccezione per una costante e manifesta ricerca dell'amicizia dei capi e di chi in cantiere poteva contare.

La reale solidarietà, poi, era uno degli ultimi pensieri.

Verso il personale locale poi, per qualificato che potesse essere, traspariva spesso un senso di ostentata superiorità, che sfociava a volte in manifestazioni di malcelato disprezzo.

In cantiere, pur essendo una piccola comunità, non c’era vera armonia, senso civico e comunitario. Costituivano in parte, ma solo in parte, un'eccezione i rapporti all’interno dei singoli gruppi.

Comunque, al di là di queste considerazioni, noi personalmente non abbiamo mai avuto alcun contrasto con le persone.

 

Dopo alcuni mesi di permanenza in cantiere, giunse da Milano un ispettore amministrativo, il rag. C., con il quale in un paio di settimane, durata della sua permanenza a Tarbela, si era instaurato un rapporto extralavorativo schietto ma amichevole.

Una sera al club, seduti a bordo piscina, discutendo della vita nei cantieri nel mondo, gli manifestai il mio desiderio di poter col tempo essere trasferito in altro Paese e, se fosse stato possibile, in un cantiere a inizio lavori.

 

Dopo circa due settimane dalla partenza di C., A. venne nel mio ufficio, ubicato di fronte al suo, con un telex in mano dicendomi: “- E’ di C., che chiede se X (nome fasullo per evitare che si sapesse in giro il destinatario), ossia tu, è interessato a essere trasferito in Argentina. Che cosa gli rispondo? -”

Sorpreso dalla rapidità della proposta di C., ma senza pensarci su più di un momento, gli dissi di botto: “- Rispondigli, per cortesia, che X è interessato ad andare in Argentina. -”.

Lui annuì e io aggiunsi: “Ora dobbiamo attendere la conferma da Milano. Sono più che contento di andare in quel Paese, ma mi spiace di averti fatto perdere del tempo e magari ritardare la tua andata in pensione”.

Rimase un attimo in silenzio e poi affermò: “Potrei andare in pensione, ma rimanere qui a Tarbela fino a fine lavori.”

Ci stringemmo la mano in modo molto amichevole, mi diede una pacca sulla spalla e senza più proferire parola ritornò nel suo ufficio.

Dopo un paio di settimane, giunse la conferma del mio trasferimento.

Rimanemmo a Tarbela fino alla fine di ottobre: cinque intensi mesi di vita e di lavoro nel mio primo cantiere italiano all’estero. Nel complesso, una esperienza sicuramente positiva e formativa.

Nel frattempo, i miei figli avevano iniziato là la scuola, la proseguirono in Italia per qualche giorno, per poi concluderla in Argentina.

 

In Italia ci fermammo circa una settimana, onde poterci preparare per il trasferimento nel nuovo cantiere.

In Pakistan eravamo andati con tre valigie perché lì servivano pochi indumenti, essendoci solo due stagioni: una calda e una tiepida, mentre al sud dell’Argentina, a cento chilometri da San Carlos de Bariloche dove era sorto il nuovo cantiere di Alicura, le stagioni erano quattro e con un inverno rigido e ventoso; di conseguenza, fu necessario preparare un baule e quattro valigie di effetti personali ed oggetti di uso comune.

Dopo di che, terminati i preparativi, ci recammo nuovamente in carovana verso l’aeroporto di Milano-Malpensa: altre lacrime, altri saluti, e poi via verso un’altra fase della vita nei cantieri italiani nel mondo, fase durata circa dodici anni: dal 1979 al 1991.

 

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