CANTIERE ALICURA' - ARGENTINA (1979/1981) - PAG. 2

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SAN MARTIN DE LOS ANDES - Provincia di NEUQUEN - ARGENTINA
SAN MARTIN DE LOS ANDES - Provincia di NEUQUEN - ARGENTINA
SAN MARTIN DE LOS ANDES DISTA CA. 150 KM DA ALICURA'
SAN MARTIN DE LOS ANDES DISTA POCO PIU' DI 150 KM DA ALICURA'

Impianto idroelettrico di Alicurá - Argentina.

La diga di Alicurá, inaugurata nel 1985, è la prima di cinque dighe sul fiume Limay nel nord-ovest della Patagonia argentina (la regione del Comahue), situata a 130 chilometri dalla città di San Carlos de Bariloche e a 190 chilometri dalla città di San Martìn de los Andes.

La diga è utilizzata principalmente per la produzione di energia idroelettrica con una potenza installata di 1.050 MW.

 

La Patagonia argentina.

Poche e semplici parole per descrivere l’immenso territorio argentino dove è ambientato il racconto che descriverò.

Territorio sterminato, aree selvagge ed incontaminate, panorami e scenari indimenticabili, luoghi di straordinaria bellezza, atmosfere incantate, popolazione particolarmente ospitale.”

 

Sullo sfondo di Alicurá, nel precedente volume, esattamente il sesto della serie, ho narrato due episodi, a mio avviso abbastanza divertenti, di vita di cantiere, o meglio di vita al di fuori del cantiere.

Il primo racconto è quello di una giornata di pesca straordinaria, quando all’amo ha abboccato un’oca selvatica, oltre a pseudo visioni mistiche attraverso la fitta nebbia sulla riva del Rio Limay da parte dell’amico Davide; mentre il secondo parla di quando siamo rimasti senza benzina nel bel mezzo di una vasta zona montagnosa disabitata, dove a risolvere il problema non indifferente è stato un tubo di gomma, messo a mia insaputa sul cassone del pick up dai miei figli, che ci ha permesso di succhiare il carburante da un’altra autovettura.

 

 

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L’estate australe, tanto desiderata ed attesa da tutti i residenti della Villa Alicurá, dopo un freddo e ventoso inverno ed una tiepida primavera, finalmente è arrivata da due giorni e già si sente o ci si immagina di sentire che i raggi del sole riscaldano di più.

Siamo a sabato 22 di dicembre del 1979; sono quasi le 13 e in ufficio sto concludendo la consegna dei biglietti aerei e dei documenti agli espatriati di varie nazionalità, ma principalmente italiani, che domani, domenica, lasceranno il cantiere per le vacanze natalizie.

Occorreva essere molto scrupolosi nella documentazione, dato che l’Argentina in quell’epoca era governata da una rigida dittatura militare.

Il cantiere chiude per le festività e per questo periodo resteranno attivi solo i servizi strettamente indispensabili, non molti, dato che siamo ancora nella fase di inizio cantiere.

Un gruppo di espatriati che non hanno diritto al viaggio di rientro in patria, non avendo ancora maturato il periodo contrattuale di lavoro per andare in ferie, ma non impegnati in servizio, hanno invece deciso di passare il Natale in Cile, a Puerto Montt (distante poco più di 400 Km. dal cantiere di Alicurá e raggiungibile in circa sei ore di auto). Da Puerto Montt, poi, è stata pianificata nei giorni successivi al Natale anche una escursione all’isola di Chiloé, rinomata, tra l’altro, sia per le sue molte chiese costruite tutte di legno senza l’uso di alcun chiodo e sia per la straordinaria cucina a base di pesce di mare.

La partenza è fissata per le ore 10 di domenica 23, con arrivo preventivato verso le ore 18/19, prevedendo la fermata per il pranzo nella bellissima località di Villa La Angostura.

Non serve partire presto, dato che a quella latitudine e conservando il fuso orario di Buenos Aires, alle 10 di sera è ancora completamente giorno.

Non si andava alla ventura, in quanto tutto era stato scrupolosamente pianificato e prenotato.

 

Pure noi avevamo aderito con molto entusiasmo a questa iniziativa, oltre ad aver collaborato nella fase organizzativa del programma.

Per il personale sudamericano che non disponeva di un’auto propria, l’impresa costruttrice aveva organizzato, sempre con partenza domenica 23, il trasporto a mezzo bus sia verso le principali località dell’Argentina sia verso le nazioni limitrofe: Chile, Paraguay e Uruguay.

E’ uno spettacolo non comune vedere più di un centinaio di bus gran turismo schierati lungo la strada principale del villaggio pronti a partire tra l’allegria generale.

Chiuso l’ufficio, mi avvio in auto verso il villaggio per il pranzo, non prima di essermi fermato lungo il bellissimo fiume Limay, dato che l’attrezzatura da pesca era sempre disponibile nel bagagliaio dell’auto, per fare qualche lancio nel tentativo di pescare qualche bella trota.

Infatti dopo alcuni lanci il pesce abbocca, ma essendo la trota sotto la misura ammessa dal regolamento della pesca, la libero con cautela dall’ancoretta del cucchiaino e la rimetto delicatamente in acqua, dove guizzando fugge via.

Affamato, sospendo la pesca, risalgo in auto e dopo pochi minuti sono a casa per il pranzo.

A tavola, mangiando con gusto polenta e lepre in salmì (cacciata dal vicino di casa ed amico Bepi), si immaginavano, insieme all’amico Cesare, che avevamo invitato, grandi avventure natalizie in terra cilena e grandi mangiate di pesce di mare appena pescato.

Anche i nostri figli, Barbara e Davide, di nove e sette anni, seppur giovani, si interessano a questo lungo viaggio in auto, sapendo che Gesù Bambino sarebbe arrivato anche in Cile la notte di Natale, portando i doni desiderati.

A questo riguardo diversi giorni prima eravamo andati a San Carlos de Bariloche a comprare dei regalini, tenendo conto dei desideri dei bambini, anche se a quei tempi ci si accontentava di poco e c’era inoltre ben poco da comprare.

Il pomeriggio lo passiamo a preparare tutto l’occorrente per il periodo della vacanza ma, come era nostro solito, prendiamo molto più del necessario, riempiendo una valigia ed alcune borse.

Alle 6 e 30 del mattino di domenica 23 veniamo svegliati da un lungo ed insistente squillo del telefono.

Mi alzo contro voglia e vado in soggiorno per rispondere.

Con le persiane chiuse, la luce spenta ed ancora mezzo addormentato, inciampo nella valigia preparata per la vacanza e cado a terra come un sacco di patate, sbattendo con dolore la spalla sul pavimento.

Imprecando mi alzo un po’ a fatica e raggiungo il telefono.

“Pronto!” – rispondo, già intuendo chi mi sta chiamando.

“Ciao Barbo. Sono cinque minuti che chiamo ma nessuno risponde” – era il mio amico Cesare, che avrebbe viaggiato in auto con noi.

“Cosa c’è? Ma ti sembra questa l’ora di chiamarmi?” –  gli domando.

“Volevo sapere se eri già pronto” mi risponde.

“Ma se dobbiamo partire alle 10 e tutto è già pronto. Ma tu perché ti sei alzato così presto?” – gli dico.

“Sono sveglio dalle 5 perché non avevo più sonno” – mi risponde.

“Ma sei agitato per il viaggio? Hai fatto colazione?” – gli domando.

“Sono solo un po’ nervoso. No, non ho ancora mangiato” – replica Cesare.

“A questo punto, visto che anche noi ormai siamo svegli, in mezz’ora ci prepariamo. Quando siamo pronti ti chiamo così facciamo qui colazione insieme”.

“OK. Va bene!” – risponde.

Per non perdere tempo vado subito in bagno a farmi la barba, lamentandomi per il dolore alla spalla.

In pochi minuti sono rasato, anche se con qualche taglio di rasoio, lavato e profumato.

Appena esco dal bagno, Renata mi informa un po’ affannata che Davide ha la febbre parecchio alta e che l’infermeria, da lei prontamente contattata, le ha consigliato di somministrargli un antipiretico, cosa che ha immediatamente fatto con la Novalgina che abbiamo portato dall’Italia (acquistata a suo tempo quando siamo andati a Tarbela in Pakistan) e di tenere il bambino a riposo.

Vado in camera dei bambini: Barbara, seduta sul letto, si stava vestendo, mentre Davide si lamentava per il freddo e per il mal di testa. Do un bacetto a tutti e due e dico alcune parole a Davide per tranquillizzarlo.

Era evidente che con questa situazione avremmo dovuto rinunciare alla vacanza in Cile.

Provvedo a trovare un amico che, essendo solo in auto, avrebbe portato con sé Cesare con molto piacere.

A colazione lo informo della nostra forzata rinuncia e del cambio di programma per il viaggio.

Alle 9:45 accompagno Cesare al punto d’incontro fissato per la partenza di gruppo. Tante auto, tanti amici e non, pronti per dare il via a questa avventurosa vacanza natalizia in terra cilena.

Dopo i tanti saluti ed i tanti auguri me ne ritorno un poco mestamente a casa.

Da qui faccio un salto in ufficio per risolvere un piccolo inconveniente e quindi di nuovo a casa, ma con un problema.

Il problema consisteva nel fatto che al ritorno dal cantiere il supermercato era già chiuso e avrebbe riaperto solo il giorno successivo al Natale.

Era un problema? Certo che sì, in quanto, in previsione delle vacanze in Cile, avevamo consumato quasi totalmente tutti i cibi che avevamo in dispensa e nel frigorifero, quindi, non avendo fatto la spesa, in casa avevamo poco da mangiare per i giorni della vigilia e per Natale. Quello che più ci mancava era il pane.

Comunque avremmo risolto senza problemi anche questa piccola difficoltà, ben maggiore era invece la persistente febbre di Davide.

Infatti, con un po’ di impegno e di iniziativa, trovammo soluzioni più che soddisfacenti per il pranzo e la cena della vigilia.

Prima di andare a letto, quando i bambini già erano addormentati, abbiamo sistemato sotto il sintetico alberello di Natale i regalini di Gesù Bambino (a quei tempi da noi i regali non li portava Babbo Natale, ma Gesù Bambino).

 

Al mattino di Natale veniamo svegliati verso le sette dalle voci allegre dei bambini che stavano giocando con i loro semplici regalini: una automobilina ed una bambolina. Erano felici di quel poco!

BARBARA E DAVIDE PRONTI PER LA PARTENZA
BARBARA E DAVIDE PRONTI PER LA PARTENZA

Visto che a Davide la febbre era scomparsa del tutto, dopo due verifiche con il termometro, decidiamo di andare a fare il pranzo di Natale in qualche ristorante di San Martìn de los Andes.

 

Detto, fatto.

Ci vestiamo a festa, pur tenendo conto che al mattino fa ancora fresco; carichiamo quello che ci serve sul pick-up, facciamo colazione con quello che ancora ci è rimasto, e via con allegria verso la nostra destinazione, prevedendo di arrivarci intorno alle 11.

Infatti arriviamo in zona un poco prima dell’ora preventivata.

 

Essendo ancora presto per andare a pranzo, non ci avviammo verso l’abitato, ma deviammo per una strada secondaria sterrata che conoscevo e che portava ad un posto panoramico in mezzo ai boschi.

Da lì si aveva una stupenda veduta di San Martìn de los Andes, del suo bellissimo lago Lacar e delle boscose montagne circostanti.

Dopo un’ora e mezza circa, dopo che i bambini si erano divertiti a rincorrersi e salire sugli alberi, decidemmo di scendere per andare a pranzo.

Prima di arrivare in città incrociamo alcuni gauchos a cavallo che conducevano, insieme ai propri cani, una decina di cavalli.

Mi fermo, accosto al bordo della strada sterrata, scendo dall’auto, saluto e chiedo loro consiglio su dove andare a pranzo.

Percependo la mia cadenza italiana, mi guardano un poco stupiti e quindi quello che mi sembrava il più anziano mi risponde, naturalmente in spagnolo:

– “Tano (italiano), qui a Natale tutto è chiuso, compresi i ristoranti. Mi sa che oggi dovete digiunare!” – e gli altri mi guardano con un sorrisino ironico.

Questo fatto della chiusura dei locali pubblici non l’avevamo proprio previsto, essendo questo il primo Natale in Argentina.

“Come facciamo allora per mangiare?” – domando io.

“Provate dal vostro compatriota che ha aperto il ristorante solo alcuni giorni fa” – afferma un altro e mi spiega molto dettagliatamente come poter trovare l’osteria dell’italiano.

Ringrazio, ci facciamo gli auguri, ci salutiamo e prima di congedarci il gaucho più giovane toglie dalla borsa appesa alla sella del suo cavallo un salame e un grosso pane e me li offre dicendomi molto gentilmente:

“Per una eventuale emergenza. Questo lo produciamo noi giù all’estancia (fattoria)” –

Ringrazio commosso e ricambio con un pacchetto di sigarette americane. Ci sorridono e lentamente, insieme ai cavalli e seguiti dai fedeli cani, si allontanano nel senso opposto al nostro.

Salgo in auto e ci dirigiamo in città, dove, in base alle indicazione ricevute, troviamo facilmente l’osteria dell’italiano.

La porta del locale è aperta. “Meno male”, ci diciamo. Parcheggio. Scendiamo dall’auto. Entriamo nell’osteria.

Appena varcato l’ingresso, il nostro entusiasmo viene spento da una voce maschile che esce dalla penombra – “Hoy estamos cerrados!! (Oggi siamo chiusi!!)” – .

Dopo averlo salutato, inizio a spiegargli la nostra problematica. Mi interrompe dicendoci che anche lui è italiano, di Caserta, anche se vive in Argentina da 27 anni. Ci risalutiamo dandoci la mano.

Concludo poi la spiegazione del nostro problema e la necessità di pranzare.

A quel punto chiama la moglie, anche lei di origini italiane; ci presentiamo e poi il marito le dice di interrompere le pulizie in corso e di preparare qualche cosa da mangiare per questi poveri compatrioti affamati.

Prima ci chiedono se vogliamo andare al bagno e poi ci fanno accomodare ad un tavolo, il migliore a loro dire.

In attesa del pranzo il marito ci offre le sigarette e l’aperitivo: a noi un bicchiere di buon vino rosso e ai bambini una gazzosa. Iniziamo a parlare e a raccontarci le nostre storie di vita.

Poi, finalmente, arriva il pranzo: spaghetti al pomodoro, grandi bistecche ai ferri spesse due dita ed insalata mista.

La signora si scusa per la semplicità del pasto in quanto non aveva niente di pronto. Ringraziamo e ci buttiamo con avidità sul cibo; data la fame, ci sembra di non aver mai mangiato così bene.

Si continua a chiacchierare molto amichevolmente fino al momento in cui riteniamo di dover ripartire per il cantiere.

Chiedo il conto, ma il titolare si rifiuta di farci pagare nonostante le nostre insistenze. Ringraziamo per la loro cortesia, ospitalità e per l’ottimo ed abbondante pranzo di Natale, ancor più apprezzato perché se non avessimo trovato loro, avremmo dovuto mangiare pane e salame, offertoci dal gaucho.

Dopo molteplici saluti e grandi strette di mano con la promessa di ritrovarci presto, ripartiamo, ma ci fermiamo quasi subito di fronte alla chiesa.

 

Parcheggiamo ed entriamo per dire una preghiera di ringraziamento vicino al presepe e per accendere alcune candele. Dopodiché riprendiamo decisi il viaggio di ritorno.

Dopo un bel po’ di strada lungo la deserta “Ruta 234”, in un punto che conoscevo, che costeggia il rio Collón Curá, decidiamo di fermarci per pescare un paio di trote per la cena.

Parcheggiamo sul lato della strada, prendiamo l’attrezzatura della pesca e scendiamo la scarpata fino a raggiungere la riva del bel fiume dalle limpide acque che appaiono azzurre, rispecchiando il cielo assolutamente terso.

Inizio a pescare. Dopo tanti lanci al cucchiaino non abbocca alcun pesce. In quel tratto di fiume le trote abbondavano e le si vedeva salire in superficie per mangiare gli insetti e saltare sul pelo dell’acqua. Provo e riprovo, ma l’insuccesso è totale. In queste situazioni occorrerebbe avere la canna per la pesca con la mosca.

Mentre sto pensando questo, Davide lì vicino urla – “Papà, ha abboccato! Aiutami a non farla scappare” –.

Era una bella trota arcoíris.

Poco dopo anche Barbara cattura il suo pesce. A questo punto la cena è abbondantemente assicurata e così ripartiamo allegramente per il nostro cantiere.

E così è stato!

A cena i bambini ci dicono: – “Vero che abbiamo passato un bel Natale?” – .

Verissimo!!

  

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Il 17 febbraio del 2010 ho fatto ritorno ad Alicura dopo 30 anni da quando avevo lasciato volontariamente questo cantiere.

Prima in aereo da Buenos Aires a San Carlos de Bariloche, e da qui con un’auto a noleggio verso l’obiettivo, passando per El Valle Encantado, l’Anfiteatro, Confluencia, Estancia Chacabuco, etc.

E’ stata una esperienza particolarmente significativa ed emozionante.

 

Avrei desiderato tanto che ci fossero anche i miei figli Barbara e Davide, affinché potessero rivedere dove anche loro hanno vissuto e studiato; avrei voluto che anche i miei nipoti Giulia, Filippo, Oscar (Adele allora non era ancora nata) potessero vedere dove aveva lavorato il nonno tanti anni prima.

Finalmente ecco Villa Alicurá o quel ben poco che ancora rimane di quel bel villaggio di cantiere che ha ospitato, nel periodo di massimo sviluppo, oltre cinquemila abitanti, tra lavoratori e familiari.

Questo luogo che, pur essendo ormai un villaggio fantasma, di proprietà privata e con l'impossibilità di entrarci, mi trasmette, seppur da lontano, una infinità di ricordi e di sensazioni.

E' e rimarrà un monumento per chi qui ha vissuto e lavorato.

Per me l’esperienza di tornarci, pur se un solo giorno, è stata indimenticabile.

Non ci sono parole per descrivere sensazioni ed emozioni!

 

Siamo saliti in auto e prima di partire ho dato un ultimo triste sguardo ai resti del villaggio dicendo:

“Alicurá no hay más nada! Sólo queda el recuerdo!” –.

 

 

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No hay más nada!

17.12.2019

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Commenti: 1
  • #1

    Claudio (mercoledì, 18 dicembre 2019 14:42)

    Bella avventura natalizia. Mi è piaciuto molto questo tuo racconto.
    Buone feste.