Visita agli amici di Salto - Uruguay

Caro Giancarlo, forse non avrai fatto caso a una piccola ragazza che ogni giovedi marciava con “las Madres de Plaza de Mayo".

L'ho fatto fin dal giorno della fondazione (poi sarebbero arrivate "Abuelas de Plaza de Mayo".

Noi (in famiglia), purtroppo, avevamo avuto dei desaparecidos sia adulti che bambini, nati quando le loro mamme venivano sequestrate ed erano incinte. Ho passato delle ore nella sede originale ricamando a punto croce i fazzoletti che ancora oggi portano in testa sia le mamme sia le nonne.

Ognuno si rendeva disponibile per fare qualcosa ed io ero appena uscita del collegio dove avevo passato tutta la mia infanzia fino ai 16 anni. Purtroppo sono diventata madre troppo presto, sposata a 17 anni e passa perchè incinta (lui era un poliziotto), vivevo a casa di mia sorella sposata anche lei senza figli.

Bene il regime voleva far credere al mondo che si era tutti terroristi, il fatto reale era che eravamo tutti contro il regime durissimo, non avevamo carne, luce, l'acqua solo dalle 02.00 alle 05.00 del mattino.

Riesci a immaginare tutta Buenos Aires aprendo i rubinetti solo 3 ore a notte ???? Il risultato era che veniva fuori una pisciattina di gatto e passavi le notti a lavare i panni (chi ce l'aveva la lavatrice?), a pulire quello che potevi e ad raccogliere la più acqua possibile per usare di giorno. Per non dirti il clima di terrore che si viveva per strada, nessuno guardava gli altri passanti per paura di venire coinvolti, c'erano contemporaneamente tutte le forze del ordine sguinzagliate a caccia di gente per strada e in più le tre AAA, una forza militare creata da Josè Lopez Rega, segretario di Isabel Peròn, che, anche se fuggiti in Spagna dopo il Colpo di Stato, continuava a funzionare, ed erano i più temibili, gente che a base di cocaina torturavano i poveri caduti nelle loro grinfie, alle volte anche per 48 ore di seguito. Pensa che avevano anche i medici che controllavano se il torturato sopportava ancora o se era meglio lasciarlo stare per un pò.

Una notte stavamo dormendo a casa di mia sorella, ogni coppia in una stanza, nella mia c'era anche mio figlio che aveva 4 mesi. Ad un tratto abbiamo sentito bussare la porta e dopo pochi secondi veniva buttata giù e sono entrati almeno 15 militari, quelli di rango più alto con delle pistole, gli altri (quasi sempre soldati di leva, perciò ragazzi 18enni) con i Fal, le Itaka ed altro.

A me e a mia sorella ci hanno portato in salone, in una delle camere c'era mio cognato (ricercato perchè buttava volantini dove lavorava per organizzare nei quartieri le pentole popolari, cosi un pò per uno si metteva qualcosa e si mangiava almeno una volta al dì , ma era vietatissimo), mio cognato stava sul davanzale della finestra con una pistola in mano, ricordo come fosse oggi che giorni prima mi aveva detto: “se mi prendono per strada o al lavoro, non mi lascio portare vivo” e mostrandomi la pistola aggiunse, “io vado ma con me mi porto almeno 2 ò 3 di loro, andrò con loro vivo solo se vengono a casa perchè abbiamo un bebè da proteggere”. Purtroppo sono venuti a casa, arrivati verso le 02.30 sono andati via alle 06.00 del mattino. In casa sembrava che fosse passata un orda di selvaggi, tutto ammucchiato in salone, tutto rotto ( stoviglie, armadi, cassetti, TUTTO ROTTO ) e il tutto veniva pestato più volte, dicevano che noi (le donne) conoscevamo altre persone involucrate e volevano i nomi.

Nel mentre in camera di mio cognato trattavano con lui la resa, gli promettevano trattamenti di favore se dava i nomi e sopratutto volevano che si arrendesse già che avevano paura che lui sparasse. Io disperata continuavo a voler andare in camera a dire ai militari che mio cognato non sapeva niente, (mia sorella era sotto shock e continuava a piangere seduta per terra), loro continuavano a picchiarmi sulla pancia con le Itaka per traverso. Puoi credermi che non sentivo niente, e sono stata per più di 1 mese con tutto il ventre viola delle botte che prendevo, mia sorella aveva un occhio chiuso ed il sangue che colava, un disastro.....

Finalmente lui consegnò la pistola e fu l'inizio della fine, lo picchiarono con tanta di quella ferocia che per portarlo via hanno dovuto trascinarlo in 3 giù per le scale. Io correvo dietro loro scalza, insultandoli e chiedendo loro di non portarlo via, e loro mi picchiavano con le armi (ancora oggi ho dei segni che ogni volta mi fanno male, perche arriva come un flash il ricordo).

Ho corso ugualmente dietro a loro per 150 mt. dove avevano parcheggiato i mezzi militari. Fecero salire mio cognato dove c'erano già altre 2 detenuti incappucciati frutto di un altro rastrellamento nello stesso quartiere.

Mi sono attaccata al finestrino per vederlo, piangevo e urlavo e lui fecce in tempo a guardarmi negli occhi, poco dopo gli misero "la capucha" in testa come gli altri due e partirono a razzo.

Ricordo uno dei capi di nome Ferrari che mi disse: “vattene a casa e non pensarci più, non cercarlo, pensa che hai un bambino”.

Tornai a casa e qui qualche vicino cercava di fare reagire mia sorella e di tamponarle l'occhio; qualche donna cercava di pulire il ciclone che aveva distrutto la casa.

Io andai in camera a vedere mio figlio che dormiva, ma non posso fare a meno di dire che accanto al bambino dormiva il padre che " non aveva sentito niente!!", ragione per la quale non era neanche uscito dalla camera. Quella notte io ho perso un cognato e lo dico sempre: forse fu quella la notte nella quale persi anche mio figlio. Ma questa è un'altra storia.

Mi preme dire che ancora oggi mi pesa pensare tutto quello che mio cognato Carlos Montoya ha dovuto soffrire prima di morire, solo perchè mantenne fede a la promessa di difendere la vita del mio bambino.

Così come mi pesa la diffidenza da parte di chi mi conosceva perche mi dicevano: “come mai a tuo marito non lo avevano neppure disturbato?; non è che per caso lo aveva venduto lui?”.

Così sia nel quartiere, sia preso alcuni parenti che oggi non ci sono più, pero che all'epoca mi guardavano con astio.

Lui velocemente fece mutis per il foro e andò a vivere da e con sua madre, considerando che la sua vita e anche quella di mio figlio erano in pericolo, poiché noi eravamo un covo di “talebani” e con lo stesso astio mi guardavano i (purtroppo per me), parenti acquisiti.

Non è stata solamente questa la esperienza più tremenda che ho vissuto, perche poi abbiamo cominciato le ricerche e potrei scrivere un libro; quante ne abbiamo passate io e mia sorella, nel mentre i militari arrivarono anche a casa di miei cugini lontani ( lui 19 anni, lei 21 anni), lei incinta di 3 mesi ha lasciato una figlia che oggi milita in politica in Argentina, Maria Victoria Moyano (da vedere su youtube video di questa piccola forte donna che continua a rendere onore ai genitori spariti impegnandosi in politica).

L’aveva rubata un colonello per sua moglie che era sterile, e un’altra parente lontana che rimasse incinta dentro il centro di detenzione (Garage Olimpia) per le violenze carnali dalla quale nacque una bambina che fu ritrovata dalle “Abuelas de plaza de Mayo” (abuela-nonna ).

Ma una mattina di tante lune e soli fa apri la finestra al piano 9, non per cambiare l’aria in camera, non aveva in mente neanche di andare a scuola…..semplicemente si buttò di sotto e la cosa peggiore e che disse, chi l’ha vista, che non ha proferito neanche un urlo. Volò via in silenzio: aveva 11 anni, Romina che non si dava una ragione, non capiva perché non aveva i genitori biologici, e neanche capiva perché la sua mamma moglie di un militare l’aveva rubata ai suoi.

Questa è solo una delle tante storie che abbiamo dovuto vivere in quelli anni, dove il tutto comincio a trapelare fuori grazie al coraggio di 4 giornalisti free-lance francesi ( non dirò mai i loro nomi neanche a me stessa , tanta è la gratitudine che sento ancora per i loro coraggio !!!!), hanno cominciato a fare dei filmati con delle testimonianze nei posti più impensabili. Io raccontai questa storia a una di loro in un bagno di un cinema. Tutto il materiale lo facevano uscire dal paese nei tubi di metallo tipo quelli dei sigari havana cubani, infilati su per l’ano.

Nel mentre abbiamo continuato a camminare tutti i giovedi, e continueranno a camminare finche resterà l’ultima persona in vita che conosce quanto successo per NON DIMENTICARE, e perchè i ragazzi passano e domandano il perchè di quella camminata e la risposta e sempre quella: MAI PIU- NUNCA MAS.

Ho il cuore in subbuglio nel ricordare queste cose; ancora non riesco a ricordare senza sentire dolore, perchè poi è successo di tutto e la mia vita è cambiata: sono andata fuori dalla mia casa, dalla mia terra, dai miei pochi parenti perchè hanno pensato bene di sottrarmi, rubarmi, appropriarsi indebitamente del mio bebè, al quale vivendo nella stessa città già non potevo vedere da 3 anni. Me ne andai con una carica sul groppo che non auguro a nessuno, soprattutto se si arriva in un altro paese a soli 21/22 anni con l’anima gelida e il cuore vivo a metà.

19 Febbraio 2012

Cristina Silvia Garcia